The contest dead line in Italy was on September 8th.  The jury chose as winner the short story sent by Enrico Prevedello; the author will be in Paris during Europoems – International poetic alphabet next meeting (Novembre 5th-6th, 2013) , where he will read his short story translated into English. We post here all the short stories that we have collected:

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WINNER: Enrico Prevedello, Cantami

“Chi sei? Sei un mio allievo?”

Il vecchio mi fissava negli occhi. I suoi, azzurri e lucidi, era come se potessero leggere nelle pupille la mia intera storia.

“Sì” gli risposi, “sono Andrea Guerra, terza B”.

Era il nome di mio padre, la chiave semantica che usavo per farmi riconoscere ogni settimana dal vecchio. Mi capitava di usarla anche due o tre volte in un pomeriggio.

“Oh, certo! Il mio migliore allievo! Sei venuto per studiare? O per scrivere, forse?”

Due mesi prima ero stato sospeso da scuola per aver offeso una prof. Stavo litigando con un compagno, e lei si era messa in mezzo. Appena seppe della settimana di sospensione, mio padre non fece una piega; solo mi disse che sarei andato a trovare il suo vecchio professore di italiano, alla casa di riposo. Ogni sabato pomeriggio.

“Sono venuto per scrivere, professor Rigoni”.

Questo dovevo dire. Dovevo andare ogni sabato pomeriggio, dalle tre alle cinque, e dire questa frase.

Il vecchio mi guardò fisso. “Io sono il professor Rigoni Francesco, sei un mio allievo?”.

Presi dallo zaino il block notes, sfilai la penna dalla spiralina di ferro e mi avvicinai al suo viso.

“Sono Andrea Guerra, sono venuto per scrivere”.

“Oh, bene, bene. Cominciamo”.

Il vecchio appoggiò la schiena sulla poltrona. La raddrizzò: “Io non trovo la penna, scrivi tu?”.

“Certo” gli risposi, “lei detta, io scrivo”.

Continuò a fissarmi, sempre con la schiena dritta: “Ha risposto la signorina Cecilia?”.

“Certo”, gli risposi. Era sua moglie, morta due anni prima dopo quarant’anni di matrimonio.

“E cosa dice? Le piace?”.

“Dice che le piacciono molto, le sue poesie”.

Il vecchio sorrise. “Bene. Bisogna corteggiarle, le brave signorine. Con le poesie. La poesia funziona”.

“Secondo me la sposerà”, gli dissi.

Il vecchio annuì, si rilassò e spostò lo sguardo fuori dalla finestra, sugli alberi. La barba bianca tenuta corta, gli occhi vivi in qualche ricordo, la pelle chiara e il suo odore né buono né cattivo, come di neve chiusa, mi affascinavano, ma riuscivo ad ammetterlo solo quando stava per dettarmi una delle sue poesie. Era un momento che non capivo, e restavo solo perché nessuno poteva vedermi.

Il professore chiuse gli occhi, inspirò, e scandì quello che era l’incipit che andava a iniziare ogni sua poesia.

“Cantami. Cantami di Ismaele, che tanto vagò senza sapere”.

Aprii il block notes ad una pagina vuota. Tutto quello che mi dettava si somigliava. Era come un mosaio le cui tessere differiscono solo di una sfumatura, e si intuisce che tutte assieme formano qualcosa di più grande.

“Il pane degli alberi cantami,

e sii chiara, dolce

scuoti le stagioni e i ricci

le stelle e le falene

le cortecce sui fiumi,

le carezze ai morti”

Il professore aprì gli occhi, aggrottò la fronte. Si guardò attorno. Mi vide.

“Dove siamo arrivati?”, mi chiese, come se si fosse svegliato in un autogrill.

Io gli risposi senza guardare il foglio.

“Cantami. Cantami di Ismaele, che tanto vagò senza sapere”.

Il professore guardò gli alberi, le cui foglie cominciavano a ingiallirsi. Un’infermiera spingeva la carrozzina di un’anziana accartocciata, avvolta in una coperta marrone.

“Cantami. E sii acqua,

scorri il tempo e dicci

le luci che insegui

le brecce cui giungi,

le fortezze che porti.

Sii gentile, e lascia

una foglia di te

nel mio cuore, e il cuore mio

sia della tua immagine

altare e tomba”.

A volte avevo l’impressione che le poesie del professore non fossero composte del tutto a caso. Voglio dire, che non venissero dalla stessa persona che mi chiedeva chi fossi ogni mezz’ora, e che cercava di conquistare una ragazza con cui ha davvero vissuto una vita, e che ora avrebbe avuto settantasei anni.

“Chiedo alle ali degli uccelli

di fare piano e non spostare

l’ordine che tiene il mondo.

Ad ogni mio battito

un rintocco del sole in meno

verso di te”.

Sembrava che per dettare attingesse a un pozzo profondo, non ancora raggiunto dalla malattia, o forse irraggiungibile da qualsiasi cosa che potesse intorpidire la verità. Non capivo, mi piaceva e non capivo. Ero felice che non ci fosse nessuno a fare domande; sentivo che se mi fossi chiesto che cos’era che mi faceva tornare ogni sabato pomeriggio dal professore, non avrei saputo rispondere, e che nel descriverlo l’avrei perso. Sembrava paradossale, in mezzo a tutte quelle parole, ma stavo godendo del mio tacere, del mio ascoltare. Ecco, adesso che sto cercando di descriverlo, sento che sta svanendo.

Il professore si era interrotto. Mi stava guardando. Mi sorrise. “Sei un bravo studente, Andrea Guerra”. Per un attimo mi sono sentito visto davvero. Come se ci fossimo detti qualcosa. Con la stessa voce con cui i cristalli di neve dicono la loro struttura alle nostre dita, mentre si sciolgono sui polpastrelli.

Il professore guardò la finestra. “Sono il professore Rigoni Francesco”.

Mi guardò.

“Sono Andrea Guerra, terza B; sono venuto per scrivere”, dissi.

“Oh, bene. Io non trovo la penna, scrivi tu?”.

“Certo” gli risposi, “lei detta, io scrivo”.

Il professore guardò gli alberi.

Io sfoglai il block notes e trovai un foglio vuoto.

“Cantami. Cantami di Ismaele, che tanto vagò senza sapere”

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SECOND PLACE: Nicola Pagnin, Pausa pranzo

Tutt’ora, mi sveglio ogni giorno in un mondo alieno. Ho imparato a farmi bastare pochi minuti, per far finta di niente e poi procedo. Solo il venerdì ho la pausa pranzo, così venerdì ho preso una pausa dal pranzo e sono andato al parco, a guardare le nuvole. Ho visto pesci giganti ingoiarne di più piccoli; continenti interi avvicinarsi, scontrarsi, e poi abbandonarsi ognuno al proprio mutamento; ho visto amanti di schiuma venirsi incontro e baciarsi biancamente; ho visto pire aeree ardere alte e sfrangiarsi sui bordi in pennacchi di vapore. Ho assistito prono a tutta questa transumanza, lasciando che il corpo si scaldasse del sole di settembre, mentre la testa, riparava fresca all’ombra di un albero, che al contrario mio, guardando in basso, avrà conosciuto tanti altri come me e come tanti altri infatti mi sono sentito. Ho sentito la vastità di quella volta restituirmi la mia insignificante, ma preziosa piccolezza e in questa valle dei pensieri, ho udito tutte le eco delle voci dei giorni che mi hanno visto diverso da ora, eppure così tanto uguale. I giorni in cui avevo pensieri addominali che ritenevo sconvenienti e una saggezza epidermica, di cui non ho avuto la fiducia che meritava. Gli stessi giorni in cui mi sei stata complice terribile nel distorcere e abbruttire la perfezione, fino a renderla un’ombra miserabile, annichilendola e consumandone ogni afflato, per consegnarla in pasto alla bocca vorace del fraintendimento e della paura, laddove invece, si era sempre appoggiata alle labbra socchiuse dello stupore condiviso e della complicità timida e goffa, di un’audacia piccola e rimasta immatura.

Se Otello chiedesse al suo Jago cosa sono le nuvole, non sentirebbe altra risposta che la spaventosa bellezza del Creato. Distesi sul suolo umiliante di una discarica, sarebbero ugualmente rapiti dal circo bianco e pur non avendo davanti a sé, altro destino che l’oblio, saprebbero sorridere e meravigliarsi. Nessun Jago privato accanto a me e quanto a Desdemona, nemmeno il ricordo le restituirebbe fattezze, tanto è cambiata la sua immagine, ma il cambiamento è nelle cose vive, come il passaggio di queste nuvole cangianti e mutevoli, che vivono di un’esistenza acquatica e vaporosa al contempo, pronte a deflagrare al suolo o a librarsi perenni, suscettibili ai venti, alle pressioni, alle correnti e alle variabili del tempo, ma sempre capaci di cambiare, inadatte all’immutabilità, che custodiscono immanenti, il talento del perdurare, evolvendo. Ho assistito prono a questa lentezza, ho lasciato che defluisse in me, ho ascoltato ogni mia cellula accarezzare il suo filo d’erba e specchiandomi in quel traffico celeste, ho sentito evaporare la tensione e abbandonarmi la rabbia. Alle 13.45 mancava un quarto d’ora alla fine della pausa pranzo e mi sono alzato, concedendo ad un’incomprensibile ma incontrollabile smorfia, di credersi sorriso, finché, dopo tanto convincimento, non lo è davvero diventata. Domani andrò al mare, ma questo ancora non lo so, lo scoprirò soltanto stanotte, improvvisamente e insopprimibilmente, per ora va bene così: mi bastano le nuvole.

Se mai un giorno Jago mi chiederà cos’è la poesia, non saprò cosa rispondergli, ma gli dirò di stendersi su un prato e di guardare le nuvole, certamente qualcosa capiterà e certamente anche lui, dopo, si sentirà diverso e pronto per tornare al lavoro.

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THIRD PLACE: Anna Grumo, Non raccontate alle falene degli elefanti

– Se è vero che l’universo è finito, se è vero, come dicono, che è una borsa chiusa con un certo numero di palline, allora ormai tutte le combinazioni saranno state provate e niente di nuovo può succedere

– A me piace pensare che non sia così, che sia una borsa aperta dove possa entrare di tutto, anzi una linea retta che procede, dove tutto è nuovo e niente può ripetersi.

– Si ma se fosse come dicono? Se ci fossero già stati , non so, negli anni ’30, magari in Giappone, ragazzi in un bosco di notte, davanti a un fuoco, a parlare di questo?

– Se fosse così avremmo di nuovo fatto un errore di prospettiva: non sono gli uomini a reincarnarsi ma le storie.

Pensa, pensa e ripensa a tutte le storie che gli raccontava solo perché le piaceva come la guardava mentre parlava..

Le storie si reincarnano? Anche le sue?

..è meglio che le falene non sappiano degli elefanti, loro che muoiono in un giorno, volando come hanno sempre vissuto, cadendo dove capita, forse senza nemmeno accorgersene. Gli elefanti invece si che se ne accorgono, si preparano , hanno persino i cimiteri di famiglia..la mia professoressa diceva che i popoli civili sono quelli che onorano la morte..in effetti le falene non sono proprio civili ad entrarti in casa senza permesso e magari addirittura a morirci e nessun elefante lo ha mai fatto..

C’era già stato o ci sarebbe stato qualcuno fuori da un bar a raccontare questo?

Pensa, pensa e ricorda ed è un modo per trattenerlo. Quando ci si separa da qualcuno ti dicono “devi andare avanti” ma il problema e tutto lì, che tu ti ci saresti fermata volentieri.

Pensa, pensa e si interrompe: un messaggio di Sandra: “Hai imparato qualcosa da tutta questa storia?” Si! Che i colpi di fulmine non sono per le persone grandi..

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All the others short stories, published in alphabetical order by author:

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Ginevra Balmaverde, Caro figlio

Caro figlio,

questa è una lettera che ho sempre desiderato di scriverti. Tu non sei ancora nato, sei lontano anni e vite da me, io sto scrivendo solo a un’immagine futura. Forse arriverai presto, forse non arriverai mai, forse questa lettera diventerà solo carta straccia in un cestino e tu non saprai nulla di quello che ha provato tua madre quando era giovane. Ti scrivo da una camera che si affaccia sulla strada, sono a Londra e c’è il sole. Ho 18 anni e la testa piena di idee. Ho 18 anni e la paura di innamorarmi, ho paura di avere legami che mi limiteranno, ho paura di scegliere perchè significherebbe rinunciare a qualcosa. Caro figlio, spero che quando tu avrai 18 anni io possa aiutarti anche se l’aiuto è quello che meno vorrai. A 18 anni uno si sente in grado di risolvere i problemi da solo, a 18 anni il mondo ti sembra piccolo e viverci è la cosa più semplice che ci sia. A 18 anni vorresti salvare tutti, ti senti invincibile, credi in quello che dici e in qualsiasi caso non cambi idee. Per questo ti voglio scrivere adesso, per farti vedere che tutti sono passati da qui, è una sentiero già tracciato. Ognuno ci si perde come preferisce, ma la strada è bella ed è ancora meglio quando si riesce a percorrerla insieme.

Da questa finestra vedo scorrere il mondo, vedo scivolare via vite e persone come se fosse la cosa più naturale. Sono tutti sguardi che ti entrano dentro, ma in un attimo sono già scappati via.

Nel 2013 il pianeta terra è abitato da circa 7 miliardi di persone, quanti sguardi puoi incrociare in una vita intera? Caro figlio, nel 2013 in questo mondo, le persone rincorrono cose materiali, rincorrono l’ostentazione, rincorrono la solitudine perchè non sanno vivere insieme. Le persone sono sempre più sole e il mondo è controllato da qualcuno che non sa della tua esistenza, che ti scaglierebbe addosso una bomba se porta guadagno. Non è cattiveria, non è ignoranza. È per questo che ti dico che vorrei salvarli tutti, ma a 18 anni arrivi a capire che è impossibile.

La meraviglia di questa età, caro figlio, è che scopri per la prima volta la bellezza. Ci sono milioni di cose brutte, che ti fanno rabbrividire o ti fanno piangere. Ci sono cose talmente grandi che non le potrai capire mai. Ma, figlio, quando trovi la bellezza in mezzo a tutto questo è solo in quel momento che inizi a vivere davvero. La bellezza in questo mondo è nascosta dietro l’ipocrisia, l’ignoranza, la superficialità. Se riesci a trovarla ugualmente, è come se avessi trovato il paradiso e il tuo posto nel mondo diventa casa tua. Figlio ti scrivo questo perchè temo che avrai bisogno di una mano quando crescerai, avrai bisogno di una spalla su cui piangere. E io ci sarò per te, come mia madre c’è per me adesso.

Io sono la prima che affacciata a questa finestra non riesco a capire che cosa cerco, che cosa voglio davvero. Dentro di me possono ballare insieme tutte le emozioni, io non saprò ugualmente dove sarò tra un mese, che ne sarà della mia vita. E uno non può vivere così per sempre, senza orientamento, completamente persa. Ci si crede liberi, ma, figlio mio, promettimi che non farai il mio stesso errore, non confonderai mai libertà con solitudine. A volte ci si crede liberi davvero, quando in realtà dipendiamo da milioni di cose, e la libertà è la cosa più lontana da noi. Sono scelte anche queste, e si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo l’universo.

Io sento solo che più il mondo evolve, più si hanno sicurezze materiali, più l’uomo si sente potente, più io vorrei solo nascondermi. Ti capiterà anche a te, figliolo, credimi. Vedrai intorno a te quanto vuota sia la vita degli altri, quanto piena di apparenze e falsità, che vorrai solo andare via. Sparire e non mancare a nessuno, vivere la tua vita nei boschi, in mezzo a orsi e a lupi, dove nessuno ti controlla, dove non sei sotto il raggio di telecamere, dove google maps è troppo lontano per raggiungerti. È lì che voglio andare adesso.

Figliolo, te lo dico da madre, una madre che ha ancora solo 18 anni e forse il mondo non l’ha capito nemmeno un po’. Io ci spero ancora in un mondo migliore, io vorrei svegliarmi e vedere nelle persone una luce diversa negli occhi, io ci continuo a sperare in un cambiamento. Ma a volte, credimi, devi cambiare tu.

Ti auguro di avere una vita bella come ce l’ho avuta io, ti auguro di farti ore e ore di pianti, di avere la testa che scoppia, di vivere al centro del tornado. Perchè poi quando la tempesta svanisce e il cielo torna sereno, se sei fortunato, puoi trovare anche l’arcobaleno. E la vita, per quanto complicata sia, non ti sarà mai sembrata così bella.

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Gabriele BraccalentiLa bottiglia

Era un fresco pomeriggio di Aprile e le nuvole della mattina avevano lasciato spazio ad un bel cielo color turchese. Cinzia uscì di casa in tutta fretta accennando un breve saluto ma senza dare spiegazioni a sua madre convinta così facendo che forse i genitori non avrebbero notato l’area evasiva e soprattutto il fagotto che ella teneva tra le braccia. Corporatura esile e slanciata, aveva un portamento elegante e sicuro ma il bel viso, dai lineamenti dolci e puliti, mostrava un pallore accentuato ed occhi affossati sintomo di giorni passati tra le lacrime.

Cinzia abitava con i suoi genitori nel centro di Fano a pochi chilometri da Pesaro e sapeva molto bene come raggiungere il porto, del resto aveva percorso numerose volte il tragitto che separava la sua abitazione dal mare. Ma quel giorno la smania di percorrere quei 900 metri fino al porto era davvero tanta e racchiudeva una ferma risoluzione di affidare al Mare e forse a Dio il suo grido e la sua richiesta d’aiuto.

Era passato circa un mese da quando si era lasciata con Pietro, ventinovenne promotore finanziario, due anni più grande di lei. Non era facile cancellare sei anni di fidanzamento ma soprattutto dimenticare le cattiverie e le bugie dell’ultimo anno. Queste ultime settimane erano state veramente dure considerando le discussioni, i litigi, i ripensamenti e poi c’era stato quel tradimento scoperto per caso da Cinzia e di colpo tutto era crollato, sogni, attese, speranze di una vita passata insieme. La discussione che ne era seguita aveva sancito la fine della loro storia e l’inizio di giorni dal sapore amaro.

Ma ora l’aria stava gradualmente cambiando, si sentiva un po’ meglio e voleva ripartire anche se il dolore per la fresca ferita faceva ancora male. Certo anche le sue migliori amiche avevano avuto un ruolo importante nel tirarla su di morale e nel non farla sentire sola. Il lavoro poi come commessa nel negozio di telefonia mobile in cui lavorava da tre anni aveva dato una mano nel distrarla dai ricorrenti pensieri . Comunque stessero le cose Cinzia sentiva che l’ora della svolta cominciava ad intravedersi, doveva solo crederci. E compiere QUEL GESTO. Il gesto della bottiglia….

Chiuse dietro di sé l’uscio di casa, inspirò l’aria fresca di quel pomeriggio ed iniziò a camminare con passo spedito come di persona che ha fretta di raggiungere qualcuno o di fare qualcosa di importante.

L’idea della bottiglia le era venuta per caso dopo una cena con la sua migliore amica, Francesca, qualche giorno prima. Le due amiche avevano cenato assieme una domenica sera che i genitori di Cinzia erano andati a trovare certi parenti ad Ancona. Casa libera dava sicuramente l’opportunità di una cena tranquilla con l’amica di una vita, quella che potevi chiamare anche alle tre di notte e avrebbe risposto presente. E poi le doveva raccontare un sacco di cose.

La cena era scivolata via tra racconti e risate ma le amiche avevano un po’ esagerato con il vino e Cinzia si era poi lasciata andare all’ennesima amara riflessione sul tempo sprecato trascorso con Pietro. La bottiglia di Chianti vuota sul tavolo a fine cena era emblematica dello stato delle due ragazze sedute al tavolo con Cinzia che reclinata in avanti sul tavolo, dava segno di aver accusato più dell’amica gli effetti del vino. Ad un certo punto però, Cinzia si era improvvisamente rimessa in posizione dritta e con un’espressione del volto che denotava una sorta di illuminazione aveva detto all’amica, con un’ accento reso ridicolo dall’ubriacatura, che la bottiglia vuota di vino sarebbe stata il mezzo del suo riscatto. Francesca le aveva quindi chiesto di spiegarsi meglio e Cinzia disse che avrebbe scritto un messaggio che avrebbe poi inserito nella bottiglia e che avrebbe infine buttato in mare. Le acque del mare avrebbero poi recapitato poi il messaggio al destinatario. Cinzia non aveva aggiunto altro e Francesca aveva cambiato discorso dando poca importanza alle parole dell’amica. Il giorno seguente poi Cinzia aveva continuato a fantasticare sulla sua idea finché non aveva preso la decisione di scrivere il messaggio in cui affidare la sua richiesta al destino.

Il vento soffiava tra i rami degli alberi e sembrava incoraggiare la rapida camminata di Cinzia. Ben presto la ragazza si ritrovò in prossimità del porto marittimo di Fano e nel vedere il profilo delle barche ormeggiate in mare che oscillavano dolcemente, i battiti del suo cuore presero a farsi più rapidi. Strinse con più forza al suo petto la bottiglia avvolta in un sacchetto di plastica e proseguì in direzione del porto. I suoi occhi neri scintillavano più che mai alla luce del sole ed impreziosivano un viso fresco e attraente. Dopo pochi secondi Cinzia si ritrovò al porto, scelse un punto adatto per quello che doveva fare e, dopo aver controllato di non essere vista da occhi indiscreti, aprì il sacchetto di plastica ed estrasse la bottiglia. L’espressione del viso rivelava una sorta di trepidazione mista a nervosismo carico di aspettative come se il gesto che stava per compiere avesse davvero avuto ripercussioni sulla sua vita futura.

Cinzia estrasse la bottiglia, diede un’ ultimo sguardo attorno a sé e poi lanciò la bottiglia in acqua. Stette alcuni secondi a fissare la bottiglia trasportata dalla corrente e poi si allontanò con l’espressione di chi si è tolta un peso dal fondo dell’anima. Non sapeva che quella bottiglia avrebbe cambiato le sorti del suo destino.

Il 26 Maggio dello stesso anno nel lungomare di Jesenice a Sud di Spalato in Croazia, Nikola stava giocando con il cuginetto Goran. Nikola 28 anni, originario di Spalato, veniva spesso a trovare i parenti a Jesenice e quel giorno aveva approfittato del clima di inizio estate per portare in spiaggia Goran, suo cugino di 9 anni. Mentre i due stavano giocando con la palla lungo il bagno asciuga, Nikola avvistò in acqua qualcosa di strano, forse il collo di una bottiglia o qualcosa di simile. Incuriosito Nikola si tuffò e raggiunse l’oggetto che galleggiava, si trattava davvero di una bottiglia non si era sbagliato. Nikola uscì dall’acqua e noncurante del cuginetto che lo invitava a far vedere ciò che aveva trovato, raggiunse l’ombrellone. Si mise a sedere sopra il lettino da mare ed osservo la bottiglia. Aveva un’etichetta quasi irriconoscibile per la degradazione dell’acqua ma si potevano scorgere parole in italiano. Lui conosceva bene quella lingua visto che l’aveva studiata alle scuole superiori, poi, ora che suo fratello viveva in Italia per lavoro, aveva avuto modo di andarlo a trovare ed era migliorato molto. Nikola scorse che all’interno della bottiglia vi era un foglietto. Ormai la curiosità era cresciuta a dismisura. Cerco’ di aprire la bottiglia estraendo il tappo ma non ci riuscì. Prese allora la decisione di romperla. Raccolse una pietra poco distante da lui, la afferrò e la scagliò contro la bottiglia di vetro mandandola in frantumi, Poi estrasse il foglietto, lo aprì e lesse:

“Ciao sono Cinzia, sei tu l’amore che cerco?”. Nikola rimase turbato dalle parole che aveva letto ma ripiegò immediatamente il biglietto, lo mise nella sua borsetta e ritornò a giocare con Goran che nel frattempo reclamava le sue attenzioni. La sera poi, dopo esser ritornato a casa sua a Spalato, Nikola riprese il biglietto della bottiglia e rilesse le poche parole. Non poteva capire se si trattasse di uno scherzo del destino, di un gesto strampalato di qualche ragazza eccentrica o di che cos’altro. Una cosa però era certa: probabilmente la persona che aveva scritto il messaggio era italiana e di nome Sonia. Aveva poi notato che il biglietto che aveva utilizzato l’autore riportava il logo di un negozio di telefonia mobile di Fano, sulle coste italiane dall’altra parte dell’Adriatico, con riportato anche l’indirizzo.

Che strano tutto ciò! Quel biglietto aveva acceso in lui una sorta di curiosità per la presunta ragazza che aveva scritto quelle parole, per la sua storia, e per il motivo di fare un gesto così bizzarro affidando ai flutti del mare chissà quali speranze. Certo anche lui in amore si riteneva poco fortunato. Aveva avuto sempre storie brevi e complicate ed aveva finito per cedere ad una certa rassegnazione. Oltre ciò non era riuscito ancora a trovare lavoro e la sua laurea in ingegneria sembrava al momento non aver portato a niente. Certo aveva un’indipendenza economica grazie ai vari lavori saltuari che riusciva sempre a trovare ma non aveva trovato alcun lavoro che lo appagasse.

Ecco allora che doveva avvenire una svolta nella sua vita, ma che tipo di svolta? Ed il biglietto appena trovato aveva niente a che fare con tutto ciò? E la ragazza di nome Cinzia le veniva posta nel suo cammino? Interrogativi a cui non sapeva rispondere ma che con il passare del tempo si facevano sempre più pressanti nella sua anima.

Nikola si addormentò con queste domande e la mattina seguente si svegliò di buon mattino. Si sentiva bene, ristorato dal sonno. Sentiva anche che la notte che spesso porta consiglio gli aveva fatto maturare una decisione: sarebbe partito per l’Italia e avrebbe raggiunto la città nominata nel biglietto, Fano, poi si sarebbe recato al negozio dell’indirizzo e avrebbe chiesto di Cinzia. Poteva sembrare una follia ma forse valeva tentare, non aveva molto da perdere qui a Spalato e forse in Italia avrebbe potuto trovare un buon lavoro. Comunque la cosa più importante era riuscire a conoscere questa Cinzia, forse l’Amore lo stava chiamando!

I giorni seguenti furono molto intensi, Nikola avvertì parenti ed amici della decisione e in tutta sorpresa vide che la famiglia appoggiava la sua scelta di avvicinarsi al fratello in Italia. Forse anche questo era un segno che la decisione di partire era giusta! Poi avvertì il fratello Bruno che sarebbe andato a trovarlo a Ravenna, città in cui viveva, ma che prima sarebbe andato a Fano senza dilungarsi sulle motivazioni. Infine prenotò un volo per l’Italia con destinazione Ancona e, dopo aver sistemato le varie impellenze con il lavoro e disdetta la casa in affitto di Spalato, il 16 Giugno partì per L’Italia.

Tre giorni dopo a Fano, erano le 10 di mattina e Cinzia si trovava al lavoro a negozio. Erano passati due mesi da quando Cinzia aveva lasciato in mare la bottiglia e quasi non si ricordava più di quell’avvenimento. I giorni immediatamente successivi a quella data aveva spesso pensato a che sorte poteva aver fatto la bottiglia, magari si era arenata in qualche lido semi deserto e passata inosservata o magari era stata presa da qualche pescatore che aveva letto il messaggio e poi l’aveva gettato via non curante. Oppure era giunta nelle mani di qualche ragazzo carino e perbene, in cerca dell’anima gemella, che avrebbe cercato a tutti i costi l’autore del biglietto. Con il passare del tempo però il pensiero della bottiglia stava svanendo per lasciare di nuovo posto alla realtà. “Stai fantasticando troppo-diceva a sé stessa-nessun principe azzurro ha letto il tuo messaggio, e poi come potrebbe rintracciarti dato che hai scritto solo il tuo nome?”. In effetti, sempre che il messaggio fosse arrivato nelle mani “giuste” , poi sarebbe stato difficile essere rintracciata.

Fino a quel momento era venuta poca gente a negozio, pochi clienti a fare qualche ricarica o a vedere gli ultimi modelli di cellulari lanciati sul mercato. Cinzia stava proprio salutando un cliente che usciva dal negozio quando entrò un bel ragazzo biondo, occhi verdi e aria cordiale, vestito in maniera sportiva con un paio di jeans e una camicia verde a quadri appena sbottonata. Il ragazzo salutò cortesemente Cinzia la quale ricambiò il saluto alla stessa maniera. Cinzia seppur piacevolmente impressionata dalla bella presenza del giovane, notò che il ragazzo aveva però una vaga aria di circospezione ed un marcato accento straniero, dell’Est Europa.

“Mi chiamo Nikola – disse il ragazzo – e sto cercando una ragazza di nome Cinzia, per caso lavora qui?” . Cinzia avvertì un tonfo al cuore e rimase ammutolita per alcuni istanti poi riuscì a dire: “Sono io Cinzia”. Nikola, che non aveva cessato un istante di fissare la ragazza raccontò con parole tremanti per l’emozione tutta la storia del ritrovamento fortuito della bottiglia e di come aveva fatto a risalire a lei.

Cinzia, durante il breve racconto, nascose a stento le lacrime e pensò che forse il suo grido affidato alle correnti del mare era stato ascoltato da Dio. I due giovani parlarono poco perché nel frattempo stava arrivando gente ma si diedero appuntamento al negozio all’orario di chiusura per fare una passeggiata e raccontarsi altro. La giornata lavorativa sembrava interminabile per Cinzia così desiderosa di rivedere Nikola per sapere meglio lo svolgimento dei fatti e per conoscerlo meglio.

Finalmente, alle 19 30, Cinzia uscì dal lavoro e incontrò Nikola che nel frattempo era giunto da alcuni minuti.

I due ragazzi trascorsero la serata assieme, parlarono molto di quell’evento casuale che li aveva fatti conoscere, di loro e dei loro sogni e mano a mano che passava il tempo i due, guardandosi negli occhi, si sentivano attratti l’uno dall’altra. Quel giorno erano cambiate per sempre le loro vite.

I giorni seguenti continuarono a vedersi e scoprirono di essere innamorati. Si fidanzarono e Nikola presentò Cinzia al fratello Bruno. Infine Nikola, dopo alcune settimane, riuscì anche a trovare lavoro come ingegnere vicino Fano. Tutto sembrava precludere ad un imminente matrimonio che l’anno successivo arrivò.

Ora Nikola e Cinzia vivono felici a Fano ed hanno due figli maschi.

Questa storia insegna che non bisogna arrendersi, tutto si può accomodare nella vita, basta una bella bottiglia di chianti, un po’ di coraggio ed una gran dose di fortuna!

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Patricia Dotto, Alle mie care collaboratrici

I festeggiamenti di fine anno erano appena finiti e la vita famigliare riprendeva, lentamente, il solito tram-tram. La servitù rimuoveva il torpore per affrontare i compiti della villa. Carolina e Berta erano coloro che si occupavano del funzionamento della casa. Da loro dipendevano l’educazione dei figli, l’economia famigliare, l’organizzazione degli eventi di famiglia. Berta aveva un compito speciale: accompagnare il Signore alle riunioni e le feste alle quali la moglie non desiderava andare. Gli era sempre apparsa sorprendente la somiglianza quasi simmetrica con la moglie. Erano due gocce d’acqua. Era molto colta e discreta. Per lei non c’erano differenze, il lavoro era la sua vita e la famiglia era la sua famiglia.

Quel pomeriggio il Signore aveva chiesto a Carolina e a lei di incontrarsi nel suo studio.

Berta ripasso mentalmente tutte le attività degli ultimi giorni, ma non trovo nessuna giustificazione per quell’incontro. Probabilmente vorrà porre qualche cambiamento, pensò. Realizzò tutte le sue faccende come al solito e all’ora indicata si presentò , insieme a Carolina, nello studio.

Le invitarono a sedersi. Il Signor Herr iniziò a parlare. All’inizio era difficile comprenderlo. Il suo discorso era vacillante, disordinato. Parlava dei robot che costruivano nella sua impresa da secoli, dei suoi inizi quando a capo dell’impresa c’era il suo bisnonno. La scienza robotica si era sviluppata così tanto negli ultimi anni. I suoi modelli si vendevano su scala mondiale. Erano gli unici, dal momento che il secreto veniva trasmesso da una generazione all’altra e nessuno era stato in grado di imitarli.

Berta non capiva dove voleva andar a parare con quel preambolo largo e tedioso, ma intuiva che qualcosa sarebbe cambiata per loro nei prossimi minuti, lei conosceva molto bene la storia e i progressi dell’impresa.

Un lungo silenzio seguì le parole del Signor Herr. Entrambi i coniughi si guardavano e sorridevano. Il Signor si strofinava le mani, si toccava le orecchie, come faceva di solito quand’era nervoso.

Che cosa vuole dirci? Perché tanti giri di parole? Si domandava Berta.

Finalmente Carlos Herr disse: «Mie care collaboratrici è arrivato il momento di dirci addio.»

Come? Ci sta cacciando? Perché? Pensava.

«Non è facile da dire ciò che devo dirvi. Ci sto pensando da tempo ed è per questo che ho cominciato dall’inizio, l’impresa e i suoi progressi. Voi siete un suo prodotto.»

Prodotto? Che cosa centro io con l’impresa? Dove vuole arrivare? Si domandava sempre più confusa.

Don Herr continuava a parlare a vanvera, ma Berta aveva smesso di ascoltare. Sentiva freddo, e poi caldo e ancora freddo. Se volevano licenziarla, dovevano dirlo chiaro e tondo. Che i robot non sono più solo un insieme di ingranaggi meccanici, ma che la scienza e la tecnologia, lavorando insieme, sono riuscite a creare corpi in carne ed ossa? Corpi simili ai nostri, ma disegnati per compiere funzioni specifiche dettate da un cervello caricato con formule e algoritmi determinanti le azioni degli androidi? Che la fisionomia di questi esseri, non umani, ma neanche robotici, si sceglie a seconda della funzione da svolgere? Che quelle femminili sono sterili? Che non possono sentire amore o dolore? Che sono state create per soddisfare la volontà del padrone? Che cosa centra tutto questo con noi due, con me? Si chiedeva Berta, sempre più fredda, sempre più persa nella sua confusione.

Herr si fermò e le guardò, aspettandosi chissà che reazione .

Carolina non si era mossa di un centimetro. Era come sempre , rilassata e tranquilla. A Berta invece un rictus di incomprensione e timore le attraversavano il viso.

Il silenzio fù infinito e quando sembrava che tutto fosse finito, il Signor Herr diretto verso Carolina disse:

«Tu sei abbastanza giovane. Il tuo è stato un prototipo che sembrava superare ogni scoglio, ma si scoprirono molti errori. Abbiamo provato a risolverli, ma lamentabilmente devo ritirarti dal sistema. Abbiamo scoperto che quei piccoli errori sono irrisolvibili. Tu non puoi più esistere.»

Carolina sorrideva e sembrava aver presso quelle parole come un delicato addio.

Berta, invece, soffriva. Voleva controbattere, domandare, lamentarsi per quel nodo alla gola che la stava soffocando, un nodo che non aveva mai sentito prima. Perché il Signore le stava facendo questo? Voleva scappare, ritornare alle sue solite faccende. Ma il Signore non le dava scampo. Perfino ora la guardava con tenerezza.

«Mia cara Berta, tu sei speciale. Sei stata una creazione del bisnonno Andrès. Hai già centocinquant’anni Quante cose sono successe in famiglia in questi anni. Hai cresciuto varie generazioni di Herr con passione e dedizione. Sei il nostro prototipo migliore, ma aimè, devo rottamare anche te. Abbiamo provato a cambiare diversi pezzi per tenerti in vita. Ma senza nessun risultato. La scienza è cambiata tanto e non ci sono possibilità di ripararti.»

A Berta cominciò a far male la testa. Centocinquant’anni? Ma che cosa le stavano dicendo? Che non sono umana? Io sento la sete, la fame, il freddo, il caldo, mi ammalo. Sono felice, triste, penso , parlo. Allora, tutto questo non è umano? Allora chi sono? Che cosa sono? Una macchina con competenze specifiche?

Il Signore andava avanti a parlare di pezzi, materiali, scienza, tecnologia, ma Berta non capiva, non voleva capire.

Finalmente si decise a parlare: «Chi sono, Signor Herr? Chi sono?

Sei Berta, la solita Berta, la nostra assistente.

Ma, non sono umana? Che cosa ne farete di me? Dove finiscono i vecchi prototipi quando non servono più?

A questo volevo arrivare. È la prima volta che decidiamo di comunicare alle nostre assistenti le sue caratteristiche tecniche. Fin ora semplicemente le disconnettevamo e venivano rottamate o finivano in un deposito. Ma stiamo cercando di migliorare i nostri prodotti e volevamo testare la reazione che avrebbe prodotto la verità in un androide.»

Un androide? Un androide? Che cos’è? Forse un essere umano che funziona come una macchina? O chissà una macchina con somiglianze umane? Il Signor Herr le stava dicendo che era arrivata la sua ora. Così senza esitazione. Ma lei voleva sapere di più. Facendo un gran sforzo, interruppe il monologo compiacente del signor Herr per domandargli come mai i suoi ricordi cominciavano il giorno che nacquero i gemelli. E perché non sentiva addosso il peso di centocinquant’anni di vita.

«Berta, sei la nostra invenzione migliore. Sospettavo che avresti posto resistenza. È stata una decisione difficile, ma non ho scelta. Ma non ti devi preoccupare, non soffrirai. Perché non ricordi nulla? Perché quando il processo educativo di una generazione finiva, tu ritornavi in laboratorio, si cambiavano i pezzi deteriorati e si lavorava sul tuo cervello. Con processi complessi si cancellava ogni ricordo e si aggiungeva l’informazione necessaria affinché tu potessi prenderti cura delle nuove generazioni, sempre più esigenti. Questo processo impiegava dei mesi. È molto delicato perché si combinano processi organici a processi informatici. Siamo i numeri uno nella combinazione di questo binomio, dal momento che voi vi muovete in totale liberta. Siete capaci di produrre pensieri autonomi, sentimenti. Dipende dalla funzione per la quale siete stati creati. Ci sono androidi chirurghi, freddi e calcolatori, cosicché i loro sentimenti non interferiscano con il lavoro. Professori, che sanno trasmettere il sapere con passione e devozione. Abbiamo sostituti per qualsiasi attività umana. L’unica differenza con l’essere umano, in fin dei conti, è che non hanno liberta di scelta. Le loro funzioni sono programmate dal proprietario, e anche la loro morte. Per questo motivo, il tuo ritorno a casa coincideva con la nascita dei componenti della nostra famiglia. Con grande dispiacere ho dovuto accettare che non ci sono modi per adeguarti. È arrivato il momento per te , come per Carolina di riposare.

Berta si mise in piedi traballando e disse NO; non voglio finire in un deposito, gli uomini non capiscono, tutto quello che aveva fatto per la famiglia le dava dei diritti, ci doveva essere un’altra soluzione.

Il signore sorrise compiaciuto. Mi dispiace, ma non è possibile. Abbiamo lavorato tanto in cerca di una soluzione, ma non l’abbiamo trovata. Comunque, non finirai in nessun deposito. Come omaggio al tuo lavoro e al tuo contributo nel darci la possibilità di migliorare, costruiremmo un museo dove saranno posti gli androidi migliori e dove, chiunque potrà ammirare il progresso della nostra conoscenza.

Tu avrai un posto privilegiato lì.

In un museo? Rimbombava nella sua testa. Si rimette a sedere e questa volta il suo corpo crollò ed ebbe la certezza, la convinzione che non era umana.

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Arianna Impinna, Amo la poesia

Ed è subito poesia

Chiudi gli occhi, e ascolta la voce di un cantastorie che recita una poesia. Non a memoria, vivendola.

Le immagini prima volteggiano come soffioni cullati dal vento, poi si rincorrono come cani impazziti.

La ragazza dai capelli lunghi pensa al mare e al fascino dell’alta marea, il ragazzo dagli occhi azzurri scruta il cielo alla ricerca di una stella cadente.

La bambina con le ginocchia sbucciate abbraccia la sua bambola preferita, il bambino paffuto con i pantaloncini corti ricorda il goal della partita.

Il vecchietto seduto al bar pronuncia il nome del suo amore perduto, la vecchina davanti alla porta intona il ritornello di una canzone dalle parole dimenticate.

E si potrebbe continuare così… con l’aereo che, solcando il cielo, ti accompagna in mondi lontani, con la casalinga che ti mostra un oggetto che racconta di sé, con il contadino che ti parla della sua prima spiga di grano.

Le parole gentili si intrecciano, si abbracciano l’una con l’altra in ogni angolo del mondo, afferrano l’infinito di un sorriso e, in ogni attimo di tempo, che profuma di eternità… è subito poesia.

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Giacomo Savelli, A dream called

Inêsita in quei caldi pomeriggi d’estate si stendeva al sole a lato de La Caleta, sul lungomare di Cádiz. Più grande dei suoi anni, socchiudeva le palpebre sognando una canzone che parlava del mare di Ipanema.

Cantava una ragazza un canto triste, nel suo sogno, portatore delle inquietudini del mondo, risvegliando in lei quella coscienza che i coetanei non mostravano quando, ebbri dei falò che accendevano col calare della sera, la chiamavano felici, circondandola di giochi d’acqua, frastuono e calore.

Durante quelle notti, rannicchiata con il mento sulle ginocchia e la testa reclinata di lato, osservava nello smorzarsi della fiamma ancora accesa di sfumature, il vapore caldo prodotto che si spandeva e ripensava alla ragazza che nel suo sogno le cantava di povertà e favelas, mestizia e nobiltà, dignità e speranza che, diceva, un giorno ci avrebbe salvati tutti.

Nel suo canto la melodia assumeva tante vesti, si traduceva in tante cose, le pareva potesse curare le sue e altre ferite. Il suono le accarezzava la pelle e le sfiorava corde celate e segrete dell’anima, la conduceva in tanti mondi meno fortunati, le svelava il riscatto in grado di risvegliare il suo e gli altri cuori, fermare i massacri e scuotere le menti avvelenate.

Si insinuava nel suo petto il riverbero di una certezza che sinora non aveva catturato. Poteva essere lei la ragazza del sogno, poteva lei parlare ai disperati, agli affamati, agli assetati di giustizia e ai soggiogati, rivolgersi ai potenti, agli empi, agli assassini, agli stolti, agli ubriachi, ai frastornati.

Le si offriva uno strumento per issare sul pennone una bandiera di pace, nutrire le radici della fratellanza che l’essere umano aveva perduto con l’evoluzione. Sì perché l’animale-uomo inseguiva la guerra e l’ambizione, con tenacia ed arroganza soffocava la giusta ragione, aveva inventato il denaro e ne faceva ora uno strumento d’oppressione.

Ma con quel canto sì, sì che si poteva toccare corde sommerse e farle vibrare! Sì che vedeva il riscatto e l’amore che poteva risvegliare! Sì che capiva che il dialogo si poteva praticare! Far tacere fucili, bandire veleni, la sete e la fame, tornare ad amare la vita in ogni sua declinazione, scoprire in ciò che ci appaia diverso ciò che ci possa arricchire!

Le si offriva l’esempio del mondo animale che conservava intatto l’istinto primordiale e perpetuava quell’equilibrio di cristallo che l’umanità ha ricevuto in dono da tutelare e tramandare.

Tutto le parve chiaro, ciò che serbava da tempo silenzioso nel cuore le si rivelò in riva al mare, una notte d’estate, all’ombra d’un focolare.

Con gli occhi bagnati di pianto e vaganti sul mondo, stretti ad un sorriso sereno, su una fronte finalmente distesa, una nenia calma e rassicurante le saliva di dentro e sprigionava bellezza.

D’ora in avanti l’avrebbe chiamata Poesia.

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Mattia Serafini, A modo mio

Arrivato in Africa, ormai tanti mesi fa, ho deciso di cominciare giorno dopo giorno a scrivere una poesia. Oggi mi sono preso qualche minuto per affrontarla, e seduto sotto al solito grande albero di mango, ho deciso di provare a far venire fuori qualcosa di definitivo da questo progetto. I primi giorni scrivevo tanto, ogni giorno qualche riga. A differenza di come faccio di solito questa volta ero partito dal titolo: “A modo mio”. Purtroppo dell’entusiasmo descrittivo dei primi giorni non era rimasto nulla, perché di seguito a svariate riletture mi ero trovato sempre a cancellare vecchie frasi, torturare il foglio e grattarmi la testa. Innumerevoli fresche birre di importazione portoghese scivolavano dentro di me ogni sera, mentre cercavo di portare su carta qualcosa di profondamente mio. Ogni notte prima di spegnere la luce la mia fronte veniva baciata dalla soddisfazione di aver finalmente trovato almeno una o due frasi giuste che sentivo mi rappresentassero. Il giorno seguente però, mentre mi districavo tra un lavoro di fatica e una consegna di materiale, sentivo scandito dentro la mia testa il titolo di questa poesia. Come una responsabilità, un senso di colpa, pulsava nella mia testa l’aspettativa di ricerca interiore.  Negli occhi dei bambini leggevo la parola “mio”, così come nelle mani e nei piedi dei vecchi e nelle foglie immobili del caldo inverno guineano. Ogni cosa mandava messaggi, ed ogni messaggio suonava una corda dentro di me. Il risultato era però sempre lo stesso impulso, sempre la stessa parola: “mio”. E così ogni sera per ogni riga che scrivevo almeno altrettante di vecchie ne cancellavo. Non era una coscienza in divenire bensì in perfezionamento. Ogni giorno coglievo qualcosa di più personale che andava scalzando il resto. Come un pesce si aggirava muta sotto alla mia pelle una consapevolezza che non riuscivo che a sfiorare. Ogni giorno una parola, ogni giorno una cancellatura. E avanti così fino ad oggi.

Oggi cerco nel foglio frasi sulle quali non abbia tirato una riga, ma non c’è che il titolo a guardarmi, malconcio ma vivo. Domani riparto per l’Italia e quel foglio così vissuto è solo un vortice di inchiostro. Da piccolo un giorno dipinsi di nero un foglio e lo consegnai alla maestra. Le dissi che sotto allo strato di nero c’era una bellissima idea di disegno, che avevo però deciso di coprire non essendo in grado di rappresentare all’altezza delle mie aspettative. Oggi quella poesia che non ho scritto è come quella pagina nera. So che sotto quel titolo ci son tutto io, anche se il foglio non lo racconta, e mentre penso di aver fallito nel mio progetto, mi convinco però sempre più mentre ve lo
racconto, che non si possa rappresentare meglio ciò che ho dentro se non con una pagina completamente bianca, piena di luce. Di luce ne serve tanta per guardarsi dentro qui, così come di umiltà per sperare sempre di poter cogliere qualcosa di più col passare del tempo. Prendo un foglio bianco quindi, e ci scrivo sopra “a modo mio” ,con la miglior calligrafia possibile. In realtà è solo per distinguerlo dagli altri fogli bianchi, perché anche il titolo mi sembra essere limitante. La mia africa interiore, il mio battito e la mia domanda pulsante sono tutte lì, dentro quella pagina piena di bianco e di luce. Ci tengo a quel foglio bianco, perché è forse la più bella poesia che io abbia mai scrtto. Certo, a modo mio.

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